Riflessioni a margine del libro “La società imprenditoriale” di David Audretsch

La “Società Imprenditoriale” del professor David Audretsch dell’Università dell’Indiana è uno di quei libri preziosi che uno dovrebbe leggere mille volte e quasi imparare a memoria. Quei libri che aprono la mente e che ispirano le persone di buona volontà nella ricerca delle soluzioni ai problemi legati allo sviluppo di impresa, allo sviluppo economico ed umano in generale. L’autore realizza un’analisi dettagliata dell’evoluzione storica dei modelli economici e sociali occidentali dal secondo dopoguerra ad oggi. Sono descritte sapientemente le differenze fra quel che l’autore chiama Economia Controllata e la Società Imprenditoriale.

 

Il primo modello è caratterizzato dalla preminenza dello stato, da un modello di organizzazione del lavoro centrato sulla grande impresa, e sull’apprezzamento del conformismo nei comportamenti sul lavoro. Il secondo modello, che l’autore  auspica possa realizzarsi in pieno, è invece caratterizzato dalla centralità dell’imprenditorialità come fattore capace di creare nuove opportunità di vita e di lavoro in uno scenario economico globale, e dall’importanza della creatività e dell’intelligenza emotiva negli ambienti di lavoro.

Leggendo il libro è inevitabile fare i paralleli o ricercare le analogie con la situazione italiana in generale e con molte vertenze industriali che hanno interessato l’Italia negli ultimi anni. La cosa che diventa molto chiara è che gran parte del mancato sviluppo italiano non è tanto dovuto alla mancanza di risorse, all’assenza di serie politiche economiche ed industriali, ma al voler perseguire un modello di relazioni sindacali ed industriali che non stanno più in piedi, frutto di una mentalità deleteria dominante che proprio non vuole morire. Se certamente è da privilegiare un modello economico che favorisca la concertazione fra le parti grazie all’azione mediatrice del governo, non è più auspicabile che tale azione sia fatta in modo da conservare lo status quo penalizzando le forze sociali nuove del paese che, pur non essendo rappresentate o sindacalizzate, rappresentano in realtà la novità che può risolvere il problema della creazione di ricchezza nuova e vera e della creazione di posti di lavoro.

La onnipresenza dello stato in economia, non solo distorce l’ottima allocazione delle risorse fra i diversi operatori economici, ma non consente l’emersione delle forze vive del paese. Possiamo con certezza affermare che la cultura statalista ha negli ultimi decenni spento per sempre gli spiriti animali di keynesiana memoria che sono l’elemento vitale di ogni economia sana. Un problema quindi culturale e sociale, prima che economico.

 

La Società imprenditoriale rappresenta la punta più avanzata dell’evoluzione della società occidentale ma pone grosse questioni per la gestione della stabilità economica e dell’equità sociale: il modello presenta anche grosse opportunità di sviluppo per gli individui, le comunità, le macroaree regionali. E’ più volte sottolineato il fatto che nell’economia globale la centralità è nelle aree regionali che sanno combinare in maniera nuova e vincente fattori produttivi quali la ricerca scientifica privata e pubblica, l’imprenditorialità, i capitali di rischio. In questo modo la Silicon Valley, laRoute 128 a Boston, il Researcg Triangle Park in North Carolina si sono affermati come come agenti globali dello sviluppo, come creatori di nuova ricchezza e di nuovi posti di lavoro. Le uniche possibilità di crescita per l’Occidente risiedono nella possibilità che l’imprenditorialità possa rompere gli schemi mentali ed organizzativi che non consentono il pieno sfruttamento commerciale dei risultati della ricerca scientifica, ambito nel quale l’Occidente presenta un vantaggio comparato dinamico difficilmente raggiungibile. Pensando ai casi citati nel libro a proposito dello sviluppo economico trainato dai centri di ricerca, risulta evidente che l’esempio più vicino a noi è sicuramente il Biogem di Ariano Irpino.

Quel che ai più può apparire una cattedrale nel deserto o una struttura avulsa dal territorio deve pesantemente ricredersi perché negli ultimi 20 anni, strutture simili in America hanno rappresentato non solo motori di sviluppo a livello globale ma anche l’unica opportunità che interi territoriali marginali uscissero dall’isolamento e divenissero aree di eccellenza a livello planetario.

Diventa chiaro a molti che oggi il nuovo paradigma dello sviluppo economico può prescindere dall’azione favorevole di enti territoriali avversi, come può essere da noi la Regione Campania. Se alcuni territori interni come l’Irpinia sanno di poter interloquire con i maggiori player mondiali a prescindere dal supporto dei governi provinciali, regionali, nazionali la prerogativa dello sviluppo economico non è più di competenza degli organi pubblici che pur sono deposti all’esercizio di questa funzione, ma diventa prerogativa di chi attraverso lo spirito imprenditoriale riesce a cogliere l’opportunità che il mercato globale minuto per minuto offre. Diceva Bill Clinton: “ It’s the economy, stupid!” Vogliamo o no metterci tutti insieme per elaborare insieme delle proposte di impresa che possano divenire sviluppo economico di lungo periodo? Le risorse nel territorio penso che ci siano: basta solo coordinarle.

3 risposte a Riflessioni a margine del libro “La società imprenditoriale” di David Audretsch

  1. Stefania scrive:

    Complimenti, leggerò presto il libro.

  2. roberto scrive:

    Detto da un vero profano in materia, quando 4-5 banchieri governeranno il pianeta che tipo di impresa e di sviluppo si potrà realizzare ?
    Roberto

  3. dottorantonioromano scrive:

    Caro Roberto,
    che la finanza domini il mondo è un dato indubitabile. Lo scenario attuale è la conseguenza di un’insieme di decisioni prese all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale.
    Sono nate istituzioni sovranazionali come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale per dare stabilità finanziaria al mondo e consentire lo sviluppo pacifico dell’Occidente. Sono 60 anni che due nazioni dell’occidente non si fanno guerra. Ci sarà un motivo? Forse che la prossima guerra non avrà un dopoguerra?
    Premesso questo, il fatto che la finanza mondiale possa pregiudicare l’essenza democratica del mondo occidentale è questione vecchia. L’idea che comunque prima dell’avvento della globalizzazione come oggi la conosciamo (ovvero dagli inizi degli anni Novanta) esistesse libertà e democrazia è davvero un falso storico. Chi afferma questo mente sapendo di mentire. E’ esistita per 50 anni una contrapposizione in blocchi che ha bloccato l’evoluzione sociale all’interno di ciascuna nazione. Che tipo di sviluppo si potrà sviluppare? Uno sviluppo che ponga finalmente al centro l’uomo nella sua complessità e nella sua unicità come individuo, e che affermi il primato delle ragioni di ciascun individuo su qualsiasi forma di ragion di Stato? Io ci voglio credere.
    Se poi vogliamo avvitarci su un antiglobalismo militante che neghi qualsiasi istanza libertaria negli eventi degli ultimi 2 decenni, diciamo che non usciamo da una discussione ideologica. A costoro rispondo invitandoli alla lettura degli scritti di un certo Amartya Sen, premio Nobel per l’economia del 1998. Non proprio uno di destra…

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.