Ho da poco finito di leggere “Il banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus: un classico del pensiero economico contemporaneo. Un libro molto bello dove il professor Yunus racconta la sua mutazione professionale ed esistenziale da economista teorico ad economista pratico, avvenuta sul campo prima con i poveri in Bangladesh e poi con i poveri in diversi paesi del mondo. Il libro merita di essere letto con attenzione e meditato. Yunus critica pesantemente l’approccio teorico economico e politico alla risoluzione di molti problemi economici come la povertà, la disoccupazione, l’esclusione sociale.
Non è particolarmente tenero con l’Europa per quel che riguarda le politiche di Welfare il cui costo sociale è l’azzeramento delle passioni professionali, del desiderio di intraprendere e di migliorarsi. Questo diviene poi particolarmente vero in un paese burocratizzato come l’Italia che, desiderosa di uscire da una trappola di miseria e staticità economica, manca proprio di quello slancio e di quello spirito che potrebbe riportarla ai fasti che le sono propri. È di questi giorni la pubblicazione del rapporto Svimez sull’emigrazione meridionale interna italiana:
http://www.corriere.it/ultima_ora/notizie.jsp?id=%7bCCFE9BD4-F066-4F13-A390-B62D1F7FA4BD%7d
Il professor Yunus, forte dell’esperienza nei paesi del Terzo Mondo, fa un elogio profondo del lavoro indipendente. Ho letto con molto interesse le pagine che ho ricopiato nel file che trovate ciccando su questo link.
Sono forse le pagine più belle che abbia mai letto in un libro di Economia: ho apprezzato moltissimo l’entusiasmo e la passione nel considerare il lavoro autonomo come possibilità di liberazione per le persone che sono fuori dal mercato del lavoro, e come strumento per far esplodere la creatività e sviluppare completamente il proprio potenziale. Ma, come insegnano gli economisti occidentali, la libera iniziativa degli individui è condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento dell’equilibrio.
Il lavoro autonomo è per definizione foriero di innovazione tecnologica, di prodotto, di processo, di pensiero: risulta quindi necessario che il legislatore incentivi sempre più l’imprenditoria giovanile, l’imprenditoria femminile per svecchiare più velocemente l’economia nazionale.
Prima di tutto serve una Rivoluzione Culturale affinché si consideri positivamente il lavoro autonome tralasciando preconcette e spesso insulse criminalizzazioni.
C’è da dire che il professor Yunus nel suo libro loda le iniziative svolte da Sviluppo Italia: per una volta il nostro paese è citato per un’iniziativa positiva. Ci sono gli strumenti legislativi, ci sono le risorse, manca forse sia una cultura di impresa diffusa, sia le sinergie positive fra istituzioni universitarie, istituzioni locali a sostegno del territorio e della competitività. Se un po’ conosco l’Italia, posso dire che il mio paese non ha nulla da invidiare a nessuna nazione del mondo per quel che riguarda la creatività. Ha solo la necessità di dotarsi di una cultura economica moderna che esca dai circoli ristretti delle accademie e dei potentati economici e che porti nuovamente al centro della vita della persone il mercato come luogo della vita e dell’incontro, dove le regole siano a tutela e a sostegno della concorrenza e dove le imprese sanno di dover avere come obiettivo centrale la redditività, delegando la politica a svolgere il ruolo fondamentale di tutela e promozione.