Ho letto con estremo interesse questa lettera ricevuta da Beppe Severgnini sulla sua rubrica Italians sul Corriere della Sera:
http://www.corriere.it/solferino/severgnini/08-06-29/04.spm
Sono rimasto molto negativamente impressionato dal tono della lettera che secondo me denota un vecchio vizio della formazione universitaria e professionale di chi oggi ha la ventura di essere italiano. Non basta studiare e lavorare a Londra per perdere una forma mentis che giudico oltremodo deleteria. Chi studia oggi pensa che una volta finito il percorso di lavoro, ci sia il mercato pronto ad accogliere lo studente a braccia aperte. Quasi come se al neolavoratore sia risparmiato l’onere di ricercare e di presentare la propria offerta professionale al meglio. Bisogna sempre commisurare le proprie competenze con la capacità che il mercato ha di recepire e valorizzare al meglio le competenze stesse. Ancora più grave è sentire persone con una storia professionale alle spalle lamentarsi del fatto che in una determinata area le proprie competenze non siano valorizzate. Ma se uno costruisce un proprio percorso professonale a Londra o New York, è evidente che sia poi difficile se non impossibile pensare ad una propria collocazione in un luogo diverso da quelli sopraccitati. Vivo e lavoro ad Ariano Irpino in provincia di Avellino (zona remota e davvero penalizzata dell’Appennino Meridionale) e mi occupo professionalmente di Ricerca Clienti per Piccole e Medie imprese. Lavoro da casa ed ho clienti un po’ ovunque in Italia, specialmente in Veneto. Non mi lamento, anzi: ho un sacco di lavoro, alla faccia di chi dice che lavoro non c’è e men che meno al Sud. Sono tornato da tre anni da Londra e penso che il mio paese possa valorizzarmi al meglio. Perché non devo più emigrare, perché non devo più sentire nostalgia per la mia terra, perché posso uscire la sera con i miei amici d’infanzia, perché credo nelle Rete e nella possibilità che ognuno ha di costruirsi la migliore professionalità possibile stando anche a casa propria. È questione in fondo di mentalità, di Spirito Animale di Keynesiana memoria. Ognuno deve essere imprenditore di se stesso e proporsi al meglio, tenendo conto di quel che il mercato domanda o che vorrebbe domandare se ci fosse un’offerta adeguata di quel servizio o bene. Sembra quasi un discorso da professionisti del Marketing, mi rendo conto che è solo un discorso di buon senso.
Luglio 2, 2008 alle 2:34 pm |
Sarà vero ciò che dici. Però anche aspettarsi dagli imprenditori italiani (e magari a maggior ragione da quelli dei maggiori distretti industriali) un po’ di consapevolezza delle “nuove frontiere del marketing” e la valorizzazione delle risorse che il mercato della cultura mette a disposizione, sarebbe lecito aspettarsela. Io credo che la neo-laureata che si sfoga in quella lettera sarà in grado di inventarsi un lavoro o anche di emigrare dove le sue competenze saranno meglio valorizzate, oppure no, ma che a prescindere da questo lo sfogo dovuto ad un primo impatto deludente possiamo concederglielo. Soprattutto perché la mancanza di valorizzazione delle competenze è una realtà italiana difficilmente negabile.
Sbaglierò? Può essere eppure senza lamentarmi (lo fa già la delusa neo-lureata-masterizzata-competente anche per me) non posso non notare che l’Italia in molti campi ha dimostrato che a fronte di taluni vantaggi competitivi, gliene mancavano altri. Uno tra essi la cronnica incapacità di valutazione dell’importanza di certe professionalità.