Le multinazionali nell’economia mondiale (compresa quella italiana….)

Ho appena finito di leggere un libro davvero interessante: Le multinazionali nell’economia mondiale di Anthony Venables della London School of Economics e del Professor Giorgio Barba Navaretti dell’Università degli Studi di Milano. Ho avuto notizia di questo libro navigando sul sito dell’Università Cattolica e vedendo le bibliografie dei vari esami.

Un titolo secco e netto come si addice a qualsiasi libro universitario, che suscita per definizione una certa repulsione da parte di coloro che hanno un giudizio critico sulla globalizzazione. Ed invece il libro fa un’analisi precisa e puntuale di cosa sia un’impresa internazionale, di cosa determini gli Investimenti Esteri Diretti, di come questi flussi condizionino sia i paesi destinatari degli investimenti, che i paesi di origine delle Multinazionali stesse.

Ci si rende subito conto che molti argomenti che hanno animato il dibattito spesso acceso e violento negli ultimi anni non sempre sono razionalmente e scientificamente fondati.

Come ad esempio pensare che le multinazionali siano un danno per le economie ospiti perché sono più disposte rispetto ad un’impresa nazionale a reagire ad eventuali shock negativi, chiudendo gli impianti e trasferendo la produzione altrove. Dall’evidenza empirica e dalla teoria, si evince invece il contrario. Una multinazionale tende a ripartire il rischio di un investimento in un paese su gli investimenti fatti su più paesi. Ed inoltre l’occupazione creata da un’impresa multinazionale in un paese tende ad essere meno volatile dell’occupazione creata da un’impresa nazionale. Certo le imprese multinazionali possono trasferire la produzione altrove chiudendo stabilimenti in una data economia. Ma se chiude un’impresa nazionale, l’impresa è morta e basta.

Una seconda idea che mi ha fatto riflettere: le multinazionali investono solo nei paesi poveri per sfruttare la manodopera locale e pagarla poco. A parte che poco è sempre di più rispetto ai salari garantiti da imprese nazionali dei paesi poveri, comunque il 70% degli investimenti esteri avvengono fra paesi industrializzati ed il processo di globalizzazione dei mercati ha avuto l’effetto di rendere più efficiente la produzione mondiale e di garantire la crescita mondiale trainata dai settori high-tech. Ma vi lascio alla lettura del libro per confrontarvi con luoghi comuni ed idee errate spesso dominanti o anche solo per rimanere convinti delle vostre idee.

I capitoli più interessanti riguardono il Case Study Irlanda, ed il capitolo dedicato alle implicazioni e agli effetti della Politica Economica.

Come ha fatto una piccola nazione come l’Irlanda, che ha una popolazione di poco inferiore a quelle della Regione Campania, ad arrivare ad avere un reddito procapite fra i più alti del mondo, doppio rispetto a quello della Campania? Come è riuscita a divenire nel giro di meno di 20 anni la cosiddetta Tigre Celtica, capace di divenire modello per altre economie che vogliono uscire dalla trappola del sottosviluppo o del ritardo nello sviluppo? Nel libro si focalizza l’attenzione su alcune condizioni favorevoli detenute dall’Irlanda prima dell’avvio del processo di crescita:

 

  • essere un paese di lingua inglese
  • detenere un elevato livello di capitale umano
  • avere un’agenzia pubblica come l’IDA capace di gestire il processo di transizione
  • l’elevato predisposizione all’apertura verso l’economia internazionale
  • essere un paese stabile

 

Vi rimando alla lettura del capitolo 6 del libro per un’analisi approfondita di questi aspetti.

Nel capitolo dedicato alle implicazioni per la Politica Economica, si analizza il ruolo che le Agenzie di Sviluppo possono avere per poter competere nell’attrarre gli investimenti esteri.

Tutto sommato ne viene fuori che il coordinamento delle politiche a livello internazionale è la strada più corretta, anche se non sempre la più facile da percorrere, per poter garantire uno sviluppo sostenibile all’economia regionale in questione ed il raggiungimento di uno stato di corretta allocazione delle risorse a livello internazionale. La politica può anche quindi ritardare o distorcere il processo di sviluppo economico.

Ho letto questo libro con molto interesse, cercando di cogliere fra le righe indicazioni o suggerimenti da seguire per consentire al nostro Sud di uscire dalla trappola del ritardo nello sviluppo. Sono ben consapevole che questi processi hanno luogo in almeno 15/20 anni e che certo, se mai si avviano, mai possono giungere a compimento.

Tabella di confronto fra alcune grandezze delle 5 regioni del Sud Italia e l’Irlanda


Il Sud oggi vive in una doppia trappola, quella della malavita e della politica che condizionano lo sviluppo, e quello del vantaggio competitivo nelle produzioni agroalimentari di qualità, nel tessile di qualità, nelle manifatture artigianali di qualità. Basta dare uno sguardo alla mappa dei distretti industriali sul sito www.clubdistretti.it/.

Settori per definizione ad alta intensità di lavoro non altamente qualificato, caratterizzati quindi da un livello medio di produttività inferiore rispetto a quella dei settori high-tech. Questo implica necessariamente una remunerazione più bassa del fattore lavoro. Il Sud quindi è destinato a rimanere imbrigliato nella trappola dei bassi salari e di uno sviluppo più lento, eternamente incapace quindi di attrarre investimenti esteri finalizzati a far fare quel salto tecnologico necessario a trasformare l’economia meridionale in un’economia moderna e completamente integrata con l’economia internazionale?

Se si pensa al fatto che oggi ormai l’emigrazione riguarda risorse umane ad alto potenziale, con un elevato grado di scolarizzazione, si capisce che quindi le risorse più importanti per avviare un processo di sviluppo sostenibile non mancano. Quel che manca è un’agenzia pubblica capace non solo di individuare i settori e le aziende da attrarre sul territorio meridionale, ma capace di pensare ad una formazione o ad una riqualificazione funzionale all’impiego nelle aziende stesse da attrarre delle risorse umane da incentivare a tornare. Gli enti territoriali locali devono quindi interloquire stabilmente a livello istituzionale con i paesi delle aziende che dovrebbero investire, secondo un’ottica di concertazione. Devono essere attratti quindi i settori che nei prossimi anni si stimi possano crescere e consolidarsi nell’economia internazionale.

Il ruolo fondamentale del Pubblico deve essere di garantire in maniera efficiente senza sprechi il coordinamento delle diverse attività ed inoltre la credibilità e la serietà del processo stesso messo in atto. Ecco perché il ruolo delle Regioni diviene quello di interlocuzione e di promozione dei territori sulla scena internazionale. Il Sud non può e non vuole neanche essere la terra del Turismo.

Vuole essere la terra del lavoro e della produzione, in un’epoca caratterizzata dalla sua smaterializzazione e dove la differenza nella Ricchezza delle Nazioni, per citare Adamo Smith, è fatta dal livello di modernità e competitività delle aziende presenti su un territorio.

4 Risposte a “Le multinazionali nell’economia mondiale (compresa quella italiana….)”

  1. alfonso Dice:

    carissimo antonio
    sai che non ho internet. debbo sfruttare i minuti che ho liberi a scuola.
    ho letto a sprazzi il tuo post, come conveniva al tempo disponibile.
    molto interessante il contenuto. non sono competente in materia,
    ma certo si capisce che occorre per il sud davvero una rivoluzione
    gramscianamente intesa delle categorie produttive del sud italia e,
    prima ancora, degli intellettuali.
    siamo instabili in tutto. non possediamo nessuno dei parametri dell’irlanda.
    ma abbiamo gente come te, che si interessa di questioni molto alte ed importanti,
    questioni che altri non si sognerebbero neppure di tangere.
    grazie del tuo lavoro e del tuo impegno.
    mi fa piacere pensarti come amico.
    non lasciare piùà povera (senza te) la cp.
    alfonso

  2. Marco Pettinelli Dice:

    Il vero miracolo dell’Irlanda è dato dalla bassa delinquenza nazionale, dai costi per energia ed installazioni bassi e sopratutto dall’iva al 10% che la UE ha mantenuto a lungo in quanto paerse in via di sviluppo. Inoltre hanno preso milioni di Euro dalla UE nel periodo d’oro dei finanziamenti senza sciuparli o, non utilizzarli o, non richiederli addirittura come abbiamo fatto noi in Italia. Aziende come IBM ed Intel hanno trasferito la produzione lì lasciando per esempio Santa Palomba vicino Pomezia chiusa in quanto in Italia la cassa del mezzogiorno avva bloccato i fondi. E poi non parliamo dei fondi del mezzogiorno che seguono la stessa logica di quelli Europei con la sola differenza che creano danno allo stato. Per questo motivo stò proponendo l’abbassamento dell’iva al 15% regime minimo consentito dalla UE e da dopo al pubblicazione sul sito 5 gg. fà di questa proposta qulcuno cerca di farsela propria.
    Saluti e a presto

  3. Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni Dice:

    Ormai l’80% della popolazione mondiale che viveva con il 20% delle risorse mondiali non solo si è incazzato ma sta rivendicando giustamente che ci sia una diversa ridistribuzione della ricchezza mondiale.

    Quindi nella logica dei vasi comunicanti noi europei dovremmo adeguare il nostro tenore di vita a questi nuovi “bisogni” mondiali.

    Se non fosse per la monnezza, per la sanità allo sfascio, e per un sistema pubblico clientelare, per la camorra, e per tutta la tristezza che c’è in giro potremmo stare meglio.

    E, considerato che al peggio non c’è mai fine ..speriamo di cavarcela… per questo vado in giro ancora con la mia moto del tempo tra diversi mondi per capire meglio come andrà a finire!

    Nanosecondo

  4. familybusinesssmart Dice:

    E sì caro Antonio,
    lei ha fondamentalmente ragione. Ricordi però che in Irlanda c’è anche un vantaggio competitivo fiscale (Marco Pettinelli l’ha individuato nell’IVA, ma non è solo lì la convenienza tributaria) pesante. Ma quando parla del ruolo delle Regioni e della collegata Pubblica Amministrazione, parla come un professore universitario: dimentica un pezzettino della realtà che in questo caso consisterebbe in questo. Quella “vision” che l’uomo pubblico dovrebbe avere, altrimenti tutto il suo ragionamento si svuota, si concretizza e si manifesta in una “ATTENZIONE IMPRENDITORIALE” che mal si addice ai nostri politici locali. E sa perchè? In primis perchè hanno un background di solito giuridico o di scienze politiche e non di economia aziendale o di management. Poi perchè non hanno una robusta esperienza internazionale e quindi mediamente (che vuol dire salvo lodevoli eccezioni, ma come eccezioni non pesano sul totale che rimane miserrimo) non conoscono nulla di politica economica comparata, di politica monetaria comparata e di gestione delle organizzazioni complesse (di cui, evidentemente, l’azienda fa parte). Se poi pensiamo che la loro età media è over-fifty capiamo che la propensione al cambiamento e al rimettersi in gioco (culturalmente parlando) è pressochè inesistente. La mancanza, infine, di stimoli e benefici economici e non completano il quadro. Si dice, con un popolare proverbio che anche il cne non muove la coda per nulla…….

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