È molto interessante assistere in queste settimane al dibattito elettorale a proposito del problema del livello dei salari. Non voglio entrare nella polemica sul caro euro: contra facta non valet argumentum.
Ci tengo invece molto a capire quale possa essere uno scenario che garantisca una crescita non inflazionistica dei salari. Ovvero vedere crescere i salari senza vedere crescere i prezzi ulteriormente e quindi non alimentare la famosa spirale prezzi-salari. La risposta di scuola è la crescita più che proporzionale della produttività del lavoro.
E come insegnano gli economisti neoclassici, la produttività del fattore lavoro cresce se cresce la dotazione del Capitale.
Da un punto di vista teorico, in un contesto di bassa crescita dell’economia il fatto che i salari non crescono non è assolutamente un male se la redistribuzione del reddito a favore dei profitti viene finalizzata all’accumulazione del capitale necessaria ad alimentare gli investimenti necessari a sostenere un nuovo percorso di crescita economica.
Alla crescita economica può poi seguire una redistribuzione del reddito a favore dei salari che hanno in precedenza finanziato la crescita.
Ma certo questo non è stato lo scenario delle imprese italiane che hanno accumulato profitti senza reinvestirli per la crescita della competitività del sistema delle imprese sui mercati internazionali. Il sistema Italia è sempre più marginale rispetto ad altri sistemi paese.
C’è quindi un triplice obiettivo che l’Italia deve porsi: vedere crescere i salari, vedere crescere la produttività del lavoro e di conseguenza la competitività delle imprese. Sono obiettivi fra di loro concatenati e che possono essere raggiunti se si investe nella formazione permanente dei lavoratori.
Ovvero nell’unica forma di capitale che nel Capitalismo Post Industriale ha valore: il Capitale Umano. Formazione permanente dei lavoratori che valorizzi non solo le competenze tecniche ma anche la crescita umana e della personalità dei lavoratori stessi.
Chi deve finanziare la formazione permanente dei lavoratori? Un fondo aziendale cofinanziato dall’impresa e dal lavoratore stesso. Se la formazione ha una valenza strategica sia per l’impresa che vede crescere la produttività del lavoro e quindi i profitti che per i lavoratori che vedono crescere i propri salari, l’obiettivo della formazione permanente diviene un obiettivo condiviso fra lavoro e impresa.
Politiche che devono essere implementate a livello aziendale e che diano al legislatore l’onere di definire la cornice normativa entro la quale far muovere le imprese in piena autonomia. La contrattazione non può che essere aziendale, favorendo quindi la crescita differenziata dei settori.
Un’impresa che diventi non solo portatrice degli interessi degli azionisti ma dei lavoratori tutti che partecipano alla creazione del valore. I rapporti sindacali, come quella di oggi, che invece prevedono ancora il conflitto fra capitale e lavoro non aiuta a disegnare uno scenario cooperativo che aiuti il sistema delle imprese ed il mondo del lavoro italiano a dotarsi dei mezzi e delle risorse necessarie per cooperare ed affrontare insieme la competizione globale.
Febbraio 17, 2008 alle 7:56 pm |
Ho letto con interesse , ma i limiti della mia formazione culturale non mi consentono di comprendere appieno i passaggi logici e le conseguenze in ambito economico e sociale. Apprezzo molto il tuo impegno e mi riservo di parlarne con te de visu. un cordiale saluto. emilio
Febbraio 17, 2008 alle 8:19 pm |
“Un’impresa che diventi non solo portatrice degli interessi degli azionisti ma dei lavoratori tutti che partecipano alla creazione del valore”
ma i lavoratori non sono un centro di costo che deve essere abbattuto con esternalizzazioni, licenziamenti e delocalizzazioni come la tradizione liberista filo americana ci ha insegnato ?
Febbraio 18, 2008 alle 9:19 am |
Sono perfettamente d’accordo
Innovazione e Nascita di Impresa
Problemi:
1) I piccoli sicuramente determinati e volenterosi, sicuramente possono fare la differenza, ma i costi per le ricerche e la redistribuzione dei beni sono altissimi e quindi? Diventa quasi impossibile che una piccola azienda riesca a fare la differenza.
2) Credo che sia impossibile pensare che un paese che non alimenta la ricerca possa convertire il suo sistema produttivo da sviluppo a ricerca in breve tempo (10 anni).
Il motivo rimane di tipo culturale ed economico.
Per tanto se le banche non hanno la mentalità per investire, se i ragazzi non hanno mentalità di fare impresa, se i soldi per sognare non ci sono.
Vedo difficile il tutto.
Febbraio 19, 2008 alle 5:44 pm |
Purtoppo nel nostro paese diventa difficile tutto a causa della diffusa illegalità, che permea ogni settore. Il nobile sentimento del perdono viene troppo spesso strumentalizzato per dare luogo al condono, all’indulto, alla impunità generalizzata.
I sindacati, quando erano al culmine della loro forza, nei primi anni 70, la esercitavano in parte in maniera illegale.
Gli imprenditori hanno sempre reagito cercando di ridurre la imposizione fiscale (quasi sempre impostata ed amministrata con criteri demagogici) privilegiando l’arricchimento della famiglia piuttosto che quello della azienda.
Tutto questo substrato ampiamente diffuso, nel quale quasi nessuno è perfettamente in regola, in pratica è un terreno fertile per gli aspetti più gravi che sono la corruzione e la malavita organizzata.
Bisognerebbe guardare alle nazione del nord europa, ma siamo distanti anni luce e ci vorranno generazioni…Il nostro paese è fatto anche di tante persone dotate: individualmente siamo fra i migliori, come comunità siamo a richio (il rischio Argentina, di recente evocato anche dal politico Tabacci, mi sembra più che plausibile).